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Dr. Giovanni Senzi
Psicologo e Psicoterapeuta
Ordine degli Psicologi 

della Toscana nº 3509
P. Iva nº 02111480519

ARTIST GIORGIO DISTEFANO

La Democrazia come relazione. La cura della Polis

30/04/2026 15:37

Giovanni Senzi

Psiche & Polis,

La Democrazia come relazione. La cura della Polis

Negli ultimi anni mi è capitato sempre più spesso di osservare il dibattito politico con lo stesso sguardo che uso nel mio Studio di Psicoterapia.

Negli ultimi anni mi è capitato sempre più spesso di osservare il dibattito politico con lo stesso sguardo che uso nel mio Studio di Psicoterapia.

Non per psicologizzare la Politica, ma per chiedermi che clima stiamo creando e vivendo.

 

Come Psicologo e come Cittadino, sento che qualcosa si è incrinato nel modo in cui viviamo la Politica in Italia. Non mi riferisco soltanto ai Partiti, alle riforme o alle maggioranze. Mi riferisco al tono. Alla qualità delle relazioni pubbliche.

 

Osservo un dibattito dominato dalla reattività, dalla semplificazione, dalla costruzione dell’avversario come minaccia. Osservo Cittadini che si ritirano, che non votano più, che dichiarano di non sentirsi rappresentati. E mi domando: è solo una crisi istituzionale? O è una crisi più profonda, che riguarda la nostra idea di essere umano?

 

Come Psicologo formato nella prospettiva umanistico-esistenziale, non posso evitare questa domanda. Ogni sistema sociale presuppone un’antropologia implicita. Se non crediamo nella capacità delle Persone di assumersi responsabilità, dialogare e crescere, costruiremo Istituzioni che controllano. Se crediamo nella loro possibilità di sviluppo, costruiremo Istituzioni che facilitano.

 

Ritengo che la Democrazia sia prima di tutto una relazione, non è una tecnica di governo, e ogni relazione presuppone un’idea di essere umano.

 

Negli ultimi anni la Politica italiana sembra aver perso qualcosa. Non solo credibilità, ma umanità.

Le parole sono diventate armi, il confronto una gara, il dissenso un attacco personale.

E mentre il volume del dibattito cresce, la fiducia diminuisce.

Forse stiamo osservando un fenomeno più profondo di una semplice crisi dei Partiti.

Forse stiamo assistendo a una crisi della relazione.

 

La Politica è sempre stata un luogo di conflitto. Ma negli ultimi anni è diventata soprattutto un luogo di disconnessione. Non ci si ascolta, ci si contrappone. Non si dialoga, si reagisce.

E se il problema non fosse solo istituzionale ma psicologico?

Se la crisi della Democrazia fosse anche una crisi della relazione?

 

Senza una concezione dell’essere umano fondata su fiducia, responsabilità e autenticità, la Democrazia si riduce a competizione e propaganda.

L’Approccio centrato sulla persona offre un modello per ripensare l’impegno civico e la pratica politica.

Lo Psicologo americano Carl Rogers parlava di: empatia, accettazione positiva incondizionata e congruenza, tre condizioni necessarie e sufficienti per promuovere il cambiamento.

E se una Democrazia funzionasse allo stesso modo? Dunque servirebbero:

  • istituzioni congruenti (trasparenti, non manipolative);
  • cultura dell’ascolto;
  • fiducia nella capacità dei Cittadini di autodeterminarsi;
  • responsabilità come scelta e non come imposizione.

 

 

1. La Politica come spazio emotivamente disfunzionale

 

In Psicoterapia so che il clima relazionale è decisivo. Quando un ambiente è minaccioso, giudicante o competitivo, la Persona si difende, si irrigidisce e smette di esplorare.

 

Vedo sempre più escalation simmetriche, attribuzioni ostili, reazioni più che risposte. La comunicazione politica sembra orientata non all’intesa, ma alla vittoria simbolica. L’agire strategico ha preso il sopravvento sull’agire comunicativo. Quando il fine perseguito è il successo e non l’intesa, il linguaggio diviene strumento, e una Democrazia nella quale la parola diviene arma porta all’indebolimento della Democrazia stessa.

 

In Psicologia sappiamo che la minaccia percepita restringe il campo cognitivo, e le Persone sotto distress tendono alla semplificazione, alla polarizzazione e alla categorizzazione binaria. Se il clima politico è costantemente ad alta attivazione emotiva, non possiamo aspettarci deliberazioni complesse.

 

Mi chiedo: non sta accadendo qualcosa di simile nello spazio pubblico?

 

Il dibattito politico italiano appare spesso come un contesto ad alta minaccia simbolica. Le parole sono armi. Il dissenso è attacco. La vulnerabilità è debolezza. In un clima così, la reazione prevale sulla riflessione.

 

Se accettiamo che le Persone rispondono al clima relazionale, dobbiamo ammettere che un clima pubblico disfunzionale produce Cittadini difensivi, polarizzati o ritirati.

 

Non è solo un problema di contenuti. È un problema di condizioni relazionali. Quindi ritengo che la qualità emotiva, comunicativa e relazionale dello spazio pubblico e politico incide sulla qualità democratica.

 

 

2. La cultura del nemico

 

Ogni volta che l’identità politica si costruisce contro qualcuno, stiamo attivando una dinamica primaria di appartenenza. È psicologicamente potente, ma democraticamente fragile.

 

La distinzione identitaria rassicura, offre appartenenza, riduce l’angoscia dell’indeterminato e della complessità, ma irrigidisce. Quando l’identità politica si fonda sulla costruzione di un nemico, il dialogo diviene impossibile.

Nella mia esperienza clinica vedo spesso quanto sia rassicurante avere un “colpevole”. Riduce l’angoscia della complessità e la responsabilizzazione personale. Offre coesione ma blocca la crescita. La crescita avviene quando si passa dalla colpevolizzazione alla responsabilità.

 

La Politica italiana ha progressivamente adottato una retorica oppositiva permanente. Non c’è più un avversario, ma un nemico. Non c’è più divergenza, ma delegittimazione.

 

Questo produce un restringimento della coscienza collettiva. Una Democrazia adulta non può fondarsi sulla delegittimazione sistematica dell’altro, Può riconoscere il conflitto, ma lo deve saper gestire strutturandolo in forma agonistica. Una Democrazia ristretta è una Democrazia impoverita.

 

 

3. Il ritiro dei Cittadini e la Comunità come antidoto

 

Ritengo che l’astensione crescente dal voto in Italia non sia solo da leggere come disinteresse per la Politica, ma anche come un segnale importante ed un fenomeno esistenziale.

 

Quando una Persona sente di non avere impatto, si ritira. È ciò che in Psicologia chiameremmo una forma di impotenza appresa, una forma di rinuncia preventiva.

 

Molti Cittadini oggi dichiarano: “Tanto non cambia nulla”. Questa frase è psicologicamente significativa. È la rinuncia alla propria agency. Questi Cittadini non stanno solo rinunciando al voto, ma stanno implicitamente dicendo: “Non mi sento parte di qualcosa che mi includa e mi ascolti.

 

Una Democrazia in cui i Cittadini si ritirano non è formalmente finita, ma relazionalmente indebolita. E forse il punto è proprio questo: l’astensione non segnala solo sfiducia nelle Istituzioni, ma anche una frattura nel tessuto comunitario. Quindi il ritiro dei Cittadini non è solo individuale: è anche relazionale.

 

L’impotenza appresa, in questo senso, non nasce nel vuoto. Nasce in un contesto relazionale che non restituisce riconoscimento. E qui entra in gioco la Comunità come antidoto alla rinuncia.

 

La Comunità è il luogo in cui l’azione individuale acquista senso perché è condivisa.

È ciò che trasforma il gesto isolato in esperienza collettiva. Se l’astensione è ritiro, la Comunità è presenza.

Non parliamo solo di aggregazione fisica, ma di:

  • senso di appartenenza;
  • riconoscimento reciproco;
  • percezione di efficacia condivisa;
  • fiducia relazionale.

 

Quando una Persona percepisce di far parte di una Comunità viva, la frase cambia:

  • Da “Non serve a niente
  • A “Se lo facciamo insieme, qualcosa si muove

La differenza psicologica è enorme: si passa dall’impotenza all’agency collettiva.

 

 

4. Libertà e responsabilità

 

La Psicologia umanistico-esistenziale parte da un presupposto radicale: l’essere umano è libero, e questa libertà comporta responsabilità. La libertà non è un dono leggero.

 

La libertà non è assenza di vincoli, ma possibilità di scelta dentro i vincoli.

 

Se trasferiamo questo principio alla Politica, la cittadinanza non è solo diritto, ma esercizio continuo di scelta. Partecipare o non partecipare è una decisione esistenziale.

 

La Democrazia non può essere vissuta come delega permanente. È uno spazio che richiede soggetti attivi.

 

 

5. La fiducia nell’essere umano

 

Carl Rogers formulò un’ipotesi audace: l’essere umano possiede una tendenza attualizzante, una forza/direzione innata ed intrinseca che orienta la Persona verso lo sviluppo, la crescita e l’integrazione se le condizioni relazionali lo permettono, ovvero se sono facilitanti.

 

Empatia, congruenza, accettazione positiva incondizionata: queste non sono solo condizioni terapeutiche. Sono condizioni strutturali per la crescita umana, che permettono alla Persona di integrare parti di sé e assumersi le responsabilità.

 

Mi chiedo: perché non dovrebbero essere anche condizioni democratiche? Possiamo concepire la Democrazia come un ambiente che facilita o ostacola questa tendenza?

 

Una Politica centrata sulla persona presuppone fiducia nella capacità dei Cittadini di comprendere, dialogare, scegliere ed evolvere. In questa cornice le Istituzioni non devono primariamente controllare, ma creare condizioni di crescita e autodeterminazione, orientandole alla promozione dell’autonomia responsabile.

 

 

6. Dalla Stanza di terapia alla Polis

 

Non propongo di trasformare la Politica in Psicoterapia, sarebbe ingenuo da parte mia, oltre che sbagliato.

 

Propongo però di riconoscere che i sistemi sociali sono ambienti relazionali. E che gli ambienti possono essere facilitanti o invalidanti. Le Istituzioni producono climi, e i climi influenzano i comportamenti.

 

La Democrazia non è solo un meccanismo decisionale, ma anche un ambiente che amplia o restringe le possibilità umane dei Cittadini. Una Democrazia facilitante è quella che amplia.

 

Una Democrazia facilitante è uno spazio in cui:

• il dissenso è riconosciuto;

• l’ascolto è praticato;

• la trasparenza è la norma;

• la vulnerabilità non è punita.

 

Questo non elimina il conflitto, ma lo rende evolutivo.

 

 

7. Istituzioni congruenti

 

La congruenza, in Rogers, è coerenza tra esperienza interna ed espressione esterna.

 

Applicata alla Politica significa: coerenza tra promessa e azione. Tra valori dichiarati e comportamenti effettivi.

La sfiducia nasce spesso dalla percezione di incongruenza. Promesse non mantenute, messaggi ambigui, narrazioni manipolative.

 

Una Democrazia facilitante richiede Istituzioni che siano narrativamente e operativamente coerenti e leggibili. La trasparenza non è un optional morale, è condizione di legittimità e credibilità. La veridicità pubblica è un bene democratico.

 

 

8. Educare alla cittadinanza centrata sulla persona

 

Non possiamo chiedere partecipazione se non educhiamo alla partecipazione. La Democrazia è una forma di vita associata che non si apprende per decreto.

 

La Scuola dovrebbe essere il primo laboratorio democratico e spazio deliberativo, caratterizzato da: ascolto reale, gestione del conflitto, uguaglianza, responsabilità condivisa e deliberazione guidata. La Scuola non può essere ridotta solamente a uno spazio di trasmissione di contenuti e nozioni.

 

La cittadinanza non si improvvisa a diciotto anni, una Democrazia facilitante inizia fin dall’Infanzia.

 

 

9. Leadership come facilitazione

 

Il leader, in questa prospettiva, non è il più forte, ma il più capace di creare condizioni di crescita collettiva. La leadership dominante oggi è spesso performativa, identitaria, polarizzante e deresponsabilizzante.

 

Per questo propongo un modello diverso: un leader come facilitatore di processi collettivi, non esclusivamente carismatico, ma che sia un catalizzatore.

 

Una leadership facilitante e centrata sulla persona:

• non manipola la paura o la alimenta per consolidare il consenso;

• non costruisce nemici;

• sa ascoltare e assumersi le responsabilità;

• non performa onnipotenza;

• sa riconoscere i propri limiti;

• crea condizioni di dialogo e confronto;

• riconosce la pluralità.

 

È una leadership sicuramente meno spettacolare, ma più matura e adulta, oltre che responsabile.

 

 

10. L’impegno civico come scelta esistenziale

 

Partecipare alla vita pubblica è una scelta. Non un obbligo morale imposto, ma un atto di libertà.

Ogni volta che scelgo di informarmi, dialogare, votare, contribuire, sto esercitando la mia responsabilità esistenziale.

 

La Democrazia facilitante non infantilizza il Cittadino, ma lo riconosce come soggetto capace di crescita, di autonomia e assunzione di responsabilità.

 

La Democrazia non è uno stato raggiunto. È una pratica quotidiana ed un processo.

 

 

 

Personalmente ritengo che sia possibile una Politica diversa. Non propongo una Democrazia ingenua e non immagino una Società e una Politica priva di conflitti, senza tensioni e interessi divergenti; il conflitto è strutturale alla convivenza umana. Quindi il problema da porsi non è come eliminare il conflitto, ma come lo organizziamo e lo gestiamo? Quello che propongo è una Democrazia fondata su una fiducia radicale nella Persona, sul rispetto e sull’uguaglianza.

Questa fiducia, oggi, è già una presa di posizione, anche da parte mia.

 

Scrivendo questo articolo mi sono chiesto più volte se fosse opportuno trasferire un modello nato nelle Stanze di psicoterapia alla Polis. La mia risposta alla fine è stata sì, a una condizione: non trasformare la Politica in Psicologia, ma riconoscere che ogni Politica si fonda, consapevolmente o meno, su di una visione dell’essere umano. Personalmente propongo di fondarla sulla fiducia, il rispetto, l’uguaglianza e la responsabilità. La mia non è una fiducia cieca o ingenua, ma una fiducia esigente. Una fiducia che chiede responsabilità, che non nega il conflitto ma rifiuta la disumanizzazione.

 

La Democrazia non è solo un insieme di regole, ma un modo di stare in relazione e, ogni relazione per crescere, ha bisogno di condizioni facilitanti.

La domanda non è se sia possibile, ma se siamo disposti a scegliere e a percorrere questa strada.