Dopo la vittoria del No al Referendum sulla Giustizia si è iniziato a parlare di possibili Primarie per scegliere la/il Leader della Coalizione di Centro-Sinistra. La posizione della Sindaca di Genova Silvia Salis sul tema delle Primarie mi ha portato a riflettere e a chiedermi: Le Primarie sono davvero divisive? La domanda, posta in questi termini, rischia di semplificare un fenomeno che è invece profondamente ambivalente. Nel campo del Centro-Sinistra, le Primarie rappresentano al tempo stesso uno strumento di democratizzazione e un potenziale fattore di fragilità interna. Per comprenderle davvero, è utile guardarle non solo come un meccanismo politico, ma come un dispositivo psicologico capace di attivare dinamiche profonde nei singoli e nei gruppi.
1. Le Primarie come bisogno psicologico di legittimazione
Le Primarie rispondono a un bisogno cruciale: quello di legittimazione. In contesti in cui i Partiti sono percepiti come distanti o autoreferenziali, offrire agli Elettori la possibilità di scegliere direttamente il Leader produce un effetto di riavvicinamento. Le Persone non vogliono semplicemente un Leader efficace, ma un Leader che sentano di aver contribuito a scegliere (Legittimazione dal basso). Partecipare alle Primarie rafforza il senso di appartenenza (Identificazione), alimenta l’immedesimazione con il progetto politico e riduce la distanza percepita tra base ed élite (Controllo percepito).
Entra in gioco anche un elemento chiave: l’agency. Votare alle Primarie restituisce agli Individui la sensazione di incidere realmente sui processi decisionali. Non è solo un atto politico, ma un’esperienza identitaria: significa riconoscersi in una comunità e contribuire attivamente a definirne la direzione. In questo senso, le Primarie possono funzionare come uno strumento di ricostruzione della fiducia, soprattutto in fasi di disaffezione.
2. Il lato oscuro: attivazione del conflitto identitario
Eppure, lo stesso meccanismo che genera partecipazione può attivare dinamiche divisive. Le Primarie tendono a rendere visibili — e spesso ad amplificare — le differenze interne. I Candidati, per distinguersi, accentuano le proprie posizioni; gli Elettori, a loro volta, sviluppano forme di identificazione che possono assumere tratti quasi “di fazione”. La scelta di un Candidato non è mai neutra: implica una presa di posizione su ciò che si è politicamente.
Si attivano così dinamiche ben note alla Psicologia sociale: la contrapposizione tra ingroup e outgroup, la polarizzazione delle opinioni, il bias di conferma. In altre parole, non si confrontano più soltanto programmi o strategie, ma identità. E quando il conflitto diventa identitario, tende a intensificarsi sul piano emotivo.
3. Escalation emotiva e rischio di frattura
Durante le Primarie, questo processo può evolvere in una vera e propria escalation. Per differenziarsi, i Candidati enfatizzano le divergenze; la comunicazione si fa più competitiva, talvolta aggressiva; gli Elettori interiorizzano il conflitto. Il risultato è che la competizione, pur essendo fisiologica, rischia di lasciare strascichi difficili da ricomporre.
Psicologicamente, quando scegli un Candidato, non stai solo scegliendo una Persona — stai definendo chi sei politicamente. E questo rende il conflitto più emotivo.
Dopo il voto, infatti, si apre una fase delicata. Chi ha investito emotivamente in un Candidato “sconfitto” può sperimentare una forma di dissonanza cognitiva: riconoscersi nel vincitore diventa più complesso e può faticare a riallinearsi.
Tutto questo può tradursi in delusione, disimpegno o persino astensione. È qui che emerge uno dei paradossi delle Primarie: possono produrre un Leader formalmente forte ma una Coalizione psicologicamente indebolita.
4. La sfida: trasformare il conflitto in coesione
La efficacia delle Primarie dipende allora da un passaggio cruciale, spesso sottovalutato: la capacità di trasformare il conflitto in coesione. Perché le Primarie funzionino davvero, devono tenere insieme competizione e cooperazione. Dal punto di vista psicologico, questo richiede la costruzione di un’identità sovraordinata — un “noi” più ampio che contenga le differenze senza negarle.
Diventano fondamentali, in questo senso, i rituali di ricomposizione: endorsement chiari, segnali pubblici di unità, riconoscimento reciproco tra i Candidati. Ma soprattutto serve una narrazione condivisa, in cui il vincitore non “batte” gli altri, bensì li integra, trasformando la competizione in una risorsa collettiva.
Politicamente, senza questa fase, le Primarie rischiano di selezionare un Leader forte ma una Coalizione debole.
Alla luce di tutto questo, la domanda iniziale trova adesso una risposta più articolata. Le Primarie non sono intrinsecamente divisive, né automaticamente un fattore di coesione. Sono uno strumento ambivalente: aumentano la legittimazione del Leader, ma attivano anche dinamiche psicologiche che possono indebolire il gruppo.
Ritengo, quindi, che la vera questione non è se farle o meno, ma come vengono progettate e gestite. Perché le Primarie, più che una procedura, sono un processo relazionale: possono rafforzare una comunità politica oppure frammentarla. E la differenza sta tutta nella capacità di governarne, con consapevolezza, gli effetti visibili e quelli più profondi, preservando e rigenerando il legame tra le diverse componenti della Coalizione.

